Dieta crudista per i pet: viene fatta in piena consapevolezza?



L'alimentazione degli animali da compagnia, nello specifico dei cani e dei gatti, è divenuto un tema di ricerca che mira ad approfondire benefici e rischi di alcune diete. La dieta BARF, ad esempio, è divenuta oggetto di studio negli ultimi decenni perché adoperata di frequente dai proprietari dei pet, ma non vi sono evidenze scientifiche per la sua efficacia. Vediamo perché.


La dieta BARF (Biologically Appropiate Raw Food) consiste nella somministrazione a cani e gatti di pasti a base di alimenti crudi quali carne, pesce, ossa e frattaglie; i carboidrati non sono ammessi, mentre è previsto l’impiego di ortaggi, semi e frutti. Questo regime alimentare è stato descritto per la prima volta nel 1993 dal medico veterinario australiano Ian Billinghurst, che lo indicò idoneo al cane poichè rispecchia le caratteristiche della dieta con cui i carnivori suoi predecessori si sono naturalmente evoluti.



Negli ultimi anni, si è osservato un crescente interesse dei proprietari di cani e gatti verso le diete crudiste. Le persone che usano diete BARF riferiscono numerosi benefici tra cui maggiore appetibilità, generale miglioramento dello stato di salute dell’animale e maggiore vivacità. Tuttavia, tali effetti non sono supportati da evidenza scientifica, mentre sono numerosi gli studi che hanno evidenziato criticità legate all’uso di tali diete. In particolare, sono stati segnalati numerosi casi di inadeguatezza nutrizionale e sono state evidenziate elevate cariche batteriche negli ingredienti venduti per la composizione di diete BARF; quest’ultimo aspetto, tutt’altro che trascurabile, rappresenta un rischio sia per la salute degli animali che delle persone che entrano a contatto con loro.


Un’indagine condotta dai ricercatori dell’Università di Padova su 218 proprietari che utilizzavano diete BARF, ha evidenziato che l’interesse verso le diete crudiste è connesso al desiderio di somministrare cibo più naturale e salubre rispetto ai mangimi industriali. Un altro aspetto importante è rappresentato dalla sensazione di controllare la qualità delle materie prime utilizzate, pur riconoscendo la difficoltà a reperire alcuni ingredienti e il tempo necessario alla preparazione della razione.


Non sembra, invece, esserci cognizione del rischio connesso alla manipolazione e alla somministrazione di carni crude, poiché nel 28% dei casi il nucleo familiare era composto da individui potenzialmente a rischio come neonati, donne in gravidanza, anziani o persone malate con sistema immunitario compromesso.

Conseguentemente, gli autori auspicano la promozione di campagne informative volte ad evidenziare il ruolo educativo del veterinario nutrizionista, le cui competenze sono indispensabili per orientare i proprietari verso la scelta di diete adatte alla salute degli animali domestici e sicure per le persone a loro vicine.


 

Fonti:

https://doi.org/10.1186/s12917-019-1824-x

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